racconti - Gino Taborro

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Domenica di primavera, pranzo dai nonni

-Sveglia bambini ci sono quaranta chilometri, la doccia, la colazione, non possiamo arrivare tardi, si pranza puntuale, oggi.-
La piccola (dieci anni) - ma papà sono appena le nove!

-Su bambini poche storie, fate presto e sistemate le vostre camere, anche tu padrone piccolo. (dodici anni)
-Subito mamma.-
Ore dieci finito le docce: vestiti, asciugamani, tutto in terra, pedate umide sui pavimenti di legno; i due principini sono nelle loro camere.
Penso: finalmente potrò fare la barba - eee … ma qui c’è stato un’uragano, vieni regina di casa, c’è lavoro per due.-
-Preparo la colazione per loro poi vengo subito.-
Fanno un poco di ordine e spazzatina veloce, sbirciando in cucina.
-Su bambini! Appena finito ordinate il tavolo e pulite.-
-Ieri al catechismo hanno insegnato che alla domenica non si deve lavorare, capito mamma?-
-Lavoro è la fabbrica, l’ufficio, la scuola: preparare il pranzo, pulire a casa, mettere tutto bene in ordine, non rientra in questa categoria, capito pettegola? Sabato prossimo insegnalo anche al parroco, che deve  precisare meglio il concetto.
Lui la domenica lavora quattro volte, mentre gli altri giorni una volta sola!- (per la messa).
Si parte: in macchina non si deve parlare al conducente ma gli altri fanno una gran confusione.
-Perché quel borsone? Sempre pallone, scarpette, maglietta! Tanto non si può giocare, là non ci sono prati.-
-Mamma c’è il parcheggio e tanti altri bambini.-
-L’asfalto del parcheggio farà molto bene alle tue scarpette da calcio ed anche alle tue ginocchia, forse.-
-Cosa farai tu con le bambole, ci fermeremo si e no due ore, anche i compiti hai portato! Dopo mangiato dobbiamo parlare. La cresima del mese prossimo, vestiti, regali. Giocare e compiti dopo; quando torniamo a casa. Oggi solo pranzo e salotto.-
-Vedi mamma tanto correre, siamo arrivati, non è ancora pronto il pranzo.-
-Come, non senti profumo di arrosto?-
La mamma comincia ad apparecchiare, dopo pochi minuti tavolo pieno, tagliatelle fumanti, invito a sedersi.
Il nonno: - Stooop! Pima di tutto pregare.-
Due facce birichine guardano la mamma.
-Si che avete fatto subito, tu aiuti!-
La nonna: tono serio, imprevisto, improvviso. -La vostra mamma è venuta soltanto a prendere una lezione di buona cucina.-
Per un attimo silenzio spettrale poi … lunga risata generale.

*** *** *** *** ***

Cugini contro

Questa è la vicenda di due cugini di cui si parlava molto spesso qui a Recanati ed anche nella mia famiglia molti anni fa.
Commenti critici, ironici, forse invidiosi, ma generalmente positivi. Li chiameremo Luigi (detto Gigio) classe 1893, Francesco (detto Checco) classe 1894.
Figli di due fratelli, i due cugini vivevano in una casa insieme nel comune di Recanati, in zona periferica per quel tempo, ora quasi centro storico; la casa era molto piccola e stretta in mezzo ad altre, la cucina unica, tutta la vita in comune, anche la cameretta da condividere tra i due, con una sola finestra di piccole dimensioni da dove si poteva godere uno stupendo panorama verso il mare, il monte Conero, la valle e la foce del fiume Musone. Ironia della sorte, al momento di sistemare i due lettini separati, da uno si vedeva il mare, dall’altro invece soltanto uno squarcio di collina verso Loreto.
Appena grandicelli cominciano una lunga diatriba per contendersi il letto con vista mare: il più grande Gigio, quando l’altro era assente anche per poche ore, scambiava il suo posto letto con la scusa di essere il maggiore e quindi in diritto di scegliere.
Bisticci, ripicche, litigi, poi l’intervento delle mamme che riuscivano sempre a riportare il tutto nella norma, nonostante una cocente rivalità che si trascineranno per sempre.
In età giovanissima, nove, dieci anni, cominciarono a fare qualche lavoro, si doveva imparare un mestiere proprio già dalla tenerissima età. Subito dopo la scuola del mattino, prima di fare i compiti si doveva andare a bottega per essere pronti, finita la quinta elementare (a volte anche soltanto la terza elementare) per esercitare un vero e proprio lavoro, non retribuito per alcuni anni; a volte anche dietro qualche regalia dei genitori all’artigiano che insegnava il mestiere.
Gigio aiutava il padre, muratore ed imbianchino a giornata, disponibile sempre a qualunque chiamata, anche a coltivare un orto visto che rimaneva spesso a casa per mancanza di richieste.
Gigio in quel periodo era sempre distratto, non interessato a questo mestiere, attento soltanto all’orario della colazione e del momento di finire la giornata, il padre lo riprendeva spesso e lo definiva sfaticato e furbastro. Checco invece lavorava quasi a tempo pieno presso una bottega di falegname: puliva gli attrezzi, raccoglieva la segatura, metteva in ordine i residui della lavorazione del legno, ma intanto guardava attentamente, rifletteva, ascoltava e da vero furbetto imparava le caratteristiche essenziali per esercitare il mestiere.
Arrivano gli anni della guerra 1915-18, i due vengono chiamati al servizio militare, a distanza di pochi mesi uno dall’altro e mandati molto presto al fronte. Gigio negli alpini e si distingue subito con le sue esperienze di muratore: scavare trincee, piazzare artiglierie, trasportare in scoscesi sentieri armi pesanti, quasi sempre smontate in vari pezzi da ricomporre poi sul posto. Trasporti che si facevano di notte, con la poca luce della luna e con il nemico in agguato.
Orgoglioso e spavaldo Gigio diventa ben presto attento osservatore e robusto lavoratore, è bravo a scegliere i piccoli spazi adatti al tipo di armamento ed anche riparati dalle rocce verso il fronte nemico.
Prigioniero nell’estate 1917 è deportato in luoghi tedeschi, assegnato a lavori forzati e con poco cibo.
Ritorna a casa soltanto molti mesi dopo l’armistizio, pesa soltanto 50 Kg.
Checco invece, che si intende di falegnameria, rimane sempre nelle retrovie per riparare i carri e tutto l’armamento in legno, armi molto importanti e molto diffuse in quel tempo.
Aiuta a piazzare le tende per le cucine, l’allestimento di alloggi per i comandanti, è presente in tutte le necessità del così chiamato "minuto mantenimento".
Molto importante per lo svolgimento della guerra, ma riparato, escluso dalle battaglie e da incarichi pericolosi.
Torna sano e salvo molti mesi dopo l’armistizio perché dovrà partecipare allo smantellamento dei campi di battaglia.
Vorrei sorvolare velocemente questi aspetti della pericolosissima e difficilissima vita durante questo periodo di guerra, in quanto già ampliamente descritta in molti libri di storia e romanzi vari, ma anche perché questo stato di rivalità tra i due cugini e l’enorme differenza di carattere dei due, li portano forse, a non essere molto sinceri nei loro racconti, spesso talmente esagerati, amplificati, con conseguenti smentite dall’uno e dall’altro.
L’aspetto invece che vorrei evidenziare è la grande esperienza acquisita dai due cugini in questi anni così difficili, come avessero frequentato alcuni anni di scuola superiore.
Ora sono molto sicuri di se stessi, molto più intraprendenti e determinati di altre persone della stessa età che, per vari motivi, non hanno fatto la guerra oppure che l’hanno vissuta come una imposizione assurda, affrontata in modo molto disinteressato, quasi inconsapevoli di tutto quanto si svolgeva, con la sola ansia di tornare a casa.
Molti infatti sono ritornati sfiduciati, poco inclini ad impegnarsi nella vita quotidiana, ed anche accolti con poco entusiasmo nelle loro famiglie.
Tenendo presente che un’alta percentuale di soldati sono tornati malati, mutilati, oppure passati alla eternità.
Gigio e Checco sono apparsi subito in buone condizioni di salute, solo piuttosto malridotti fisicamente. Particolarmente Gigio; ma con il calore della famiglia e pasti decenti, grazie anche alla sua corporatura alta e robusta, si riprende abbastanza velocemente. Riprende il lavoro con il padre impegnandosi molto più di prima anche in lavori pesanti ed in modo sorprendentemente spavaldo e sicuro, tanto che il padre si sentirà quasi un suo dipendente.
Checco invece, che di corporatura è quasi sotto la media, è apparso subito in buona forma, quasi migliorato, in quanto anche lui con diversi chili in meno.
Sempre molto calmo nel parlare, quasi taciturno, ma acuto osservatore di tutti gli avvenimenti della vita, anche politica e sociale, oltre che nel lavoro.
Nel raccontare della vita in guerra, Checco lascia parlare Gigio, molto più loquace, a volte troppo loquace; Checco prende la parola quando le avventure di Gigio diventano palesamente esagerate, finisce quasi sempre con questa reprimenda. –La guerra l’abbiamo vinta noi che ci siamo sacrificati fino all’ultimo giorno per salvare l’Italia. Nonostante pericoli, paure, freddo, aerei che ci bombardavano tutti i giorni, noi siamo rimasti fino alla vittoria. Certamente non l’avete vinta voi, quelli come te, che al primo spavento hanno alzato le mani per salvare soltanto la loro vita!-
Riprendono i loro lavori e la vita di sempre ma la situazione in Italia non è molto florida; complicata anche da incertezze politiche e povertà molto diffusa.
Soltanto poche famiglie benestanti chiedono lavoretti di ristrutturazione, nelle case, nei tetti, restauri di mobili ed infissi; le case nuove sono pochissime, il lavoro è poco per tutti.
Molte persone emigrano in varie direzioni ma i due cugini, solidali, tenaci e combattivi, non demordono.
Una discreta quantità di lavoro arriverà soltanto dopo il 1920 e molto lentamente.
Gigio e suo padre riescono, con alterne fortune, ad organizzare una discreta impresa edile, artigiani con qualche dipendente a giornata in grado di costruire tombe nel cimitero, alcune opere al Comune, ponti sui torrenti di stradine secondarie al posto delle passarelle in legno, una chiesetta.
In seguito anche alcune case di piccole dimensioni, dopo il 1925, quando sposato va a vivere con i genitori della sua sposa, che è figlia unica e non vorrà mai lasciare quella sua casetta nel quartiere sud di Recanati con vista verso la catena dei monti Sibillini.
Per Checco invece le cose non vanno subito molto bene, perché l’artigiano falegname, suo datore di lavoro, ha perduto alcuni clienti ed in quel periodo, subito il dopoguerra, ha pochissime richieste di lavoro.
Cambia bottega e padrone per due o tre volte con conseguenti periodi di disoccupazione. Arriva quasi all’età di trenta anni ancora in condizioni precarie nel lavoro, con la casa mal ridotta da condividere con i genitori e gli zii.
Nessuna fidanzata e nessuna prospettiva per formare una sua famiglia. Soltanto nell’inverno del 1923 arriva la svolta importante della sua vita.
Viene mandato dal padrone della bottega, dove lavora soltanto a giornata quindi in modo saltuario, a costruire un aratro in legno in casa di un agricoltore.
Questo tipo di aratro si usava con due mucche per solcare la terra precedentemente arata, per lavori poco impegnativi e poco profondi. Si costruivano di solito in inverno, dentro le stalle dei contadini, oppure in primavera nelle aie perché a lavoro finito erano molto ingombranti, impossibile dentro le botteghe dei falegnami di quel tempo.
Soltanto alcuni pezzi si preparavano in bottega poi tutto l’assemblaggio ed il timone veniva fatto nelle stalle oppure al di fuori se in primavera.
Nel corso di vari giorni che Checco esegue questo lavoro, incontra alcuni altri agricoltori che in inverno facevano un lavoro di cui aveva soltanto sentito parlare; "casse per le fisarmoniche," uno strano lavoro per improvvisati, così veniva definito a Recanati, ma che invece era già la fortuna per Castelfidardo e zone limitrofe.
Queste persone, che erano rimaste sbalordite dalla esperienza e capacità di Checco nel lavorare il legno, lo portano alla fabbrica delle fisarmoniche e lo presentano al padrone “Paolo Soprani” che lo assume subito, per un periodo di prova.
In bicicletta da Recanati per circa dodici chilometri di strade imbrecciate, con ripide salite, discese e curve mozzafiato, ogni giorno Checco si presenta puntuale al lavoro, incurante di pioggia freddo e vento.
Inutile dire la piacevole sorpresa del padrone ed anche degli altri operai, perché lui così solitario, umile, taciturno, insegna a tutti quelle sue infinite esperienze di lavoro, rendendo tutto più veloce, più facile!
Fisarmoniche ed organetti si producono anche tuttora, con materiali ed attrezzature certamente molto innovativi; a quel tempo erano composte da cassa in legno, voci per il suono, mantice per soffiare aria, meccanica per il movimento dei tasti e pochi altri componenti.
Le attrezzature erano veramente inimmaginabili ai nostri giorni, trapani a mano, seghetti a mano, martello e scalpellino per scolpire il legno, lima, raspa e pianuccia: ma tutto con una perfezione maniacale e con tempi piuttosto rapidi, perché gli operai, ognuno rigorosamente impiegato sempre alla stessa mansione, ripetevano sempre gli stessi gesti, tanto che il lavoro individualmente, diventava quasi un movimento automatico.
Sono le prime esperienze, in questi paesetti, di lavoro in forma industriale, quasi come una vera catena di montaggio.
Nel volgere di alcuni mesi Checco viene incaricato di coordinare le varie fasi di lavorazione e di assemblaggio, conquistando oltre a tanta fiducia un importante stipendio, sicuro e puntuale ogni quindici giorni "la quindicina".
Un miraggio per tutti coloro che lavoravano a giornata, quindi solo saltuariamente. Naturalmente con il lavoro sicuro e stipendio elevato arriva anche l’amore! Una bella ragazza di Castelfidardo, una casa in affitto vicino alla fabbrica, la famiglia è fatta ed anche i pargoletti; ma poi sente l’esigenza di farsi una sua casa.
Con l’aiuto di genitori e fratelli della moglie, compra un piccolo lembo di terra, (che oggi si chiamerebbe lotto di terreno edificabile) circa 500 mq in zona est di Castelfidardo con vista sul mare, sul monte Conero, sulla valle e foce del fiume Musone.
In seguito la strada, sarà chiamata appunto, via Panoramica così come si chiama ancora oggi.
Costruiscono la casa a due piani, con un piccolo orticello ed un balcone nel piano rialzato: vista assolutamente da paradiso, tanto da suscitare l’invidiosa incredulità anche del suo amato-odiato cugino impresario edile quando, a lavori finiti, Checco invita per un bel pranzetto tutti i parenti di Recanati.
Mentre cominciano a godere il panorama si sente ormai odore di cucina, lasagne e polli arrosto.
Di fronte alla tavola così invitante come si fa a pensare: la guerra, invidie, rivalità … sono cose di un remoto passato!
Tutto procede serenamente, in allegria e con la fisarmonica fino a tarda sera.

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La capinera

Breve vita di una capinera tanto giovane che non riusciva a volare: un giorno era salita, chissà come, su una lamiera fissata con filo di ferro al fianco al pagliaio che serviva per ricoprire alcuni attrezzi agricoli durante l’inverno.
La capinera, un piccolo volatile di colore grigio scuro con macchie rossastre e strisce bianche, particolarmente docile e graziosa, cigolava, allargava il becchetto, sembrava molto affamata ma da quelle parti non c’era cibo per lei.
Stavo giocando con un pallone che era sfuggito fin sotto la piccola tettoia e sentii questo grido disperato, allora, chiamato un compagno di gioco, ci attivammo subito per portarle aiuto, ma dovetti ben presto notare che questo mio amico di circa dodici anni, mentre io ne avevo solo cinque, non era niente affatto commosso da quel grido disperato e cominciò subito a ridere di quel piccolo inerme uccellino e del mio interesse esagerato, secondo lui, per quel ciuffetto di piume.
Io imploravo, chiedevo, "prendila" portala qui nelle mie mani che la scalderò, le darò da mangiare, sarò come la sua mamma fino a quando poi saprà fare da sola e potrà volare.
Dopo ripetute richieste e molti interminabili minuti il ragazzino prese una sedia, vi salì sopra e, allungando al massimo le braccia la afferrò con fare molto sgarbato, cattivo; la piccola capinera non fece nessun cenno di scappare, si lasciò prendere facilmente e per un po’ smise anche di cigolare quasi come se fosse contenta del nostro aiuto.
Sceso dalla sedia il mio compagno di giochi in modo sempre più cattivo la stringeva, faceva finta di lasciarla e poi la riprendeva mentre cadeva, la strapazzava e lei cominciò a cigolare sempre più forte: si sentiva, si capiva che era un grido di paura.
Piangevo, chiedevo, imploravo, voglio che la dai a me; ci penserò io, la farò mangiare, la crescerò poi … la darò anche a te, ci giocheremo insieme!
Si vide del sangue nelle mani sue, non cigolava più.
Scese un silenzio lacerante come a notte fonda.
Alla vista di tanta violenza gratuita, piansi tanto intensamente, scesero lacrime dai miei occhi, tantissime lacrime che bagnarono completamente il mio viso e il ragazzo, senza alcun riguardo, gettò l'esanime corpicino al gatto, che lo annusò soltanto e poi se ne andò.
La piccola creatura morta rimase là in terra fino a sera.
Lo portò via la mamma e non mi disse mai dove lo aveva nascosto.
Indifferente a tutto ciò quel mio compagno tornò tranquillamente a casa sua, per lui era una cosa quasi normale …
In quel tempo durante l’inverno i ragazzini mettevano delle trappole per prendere i passeri e si vantavano, era una gara a chi ne prendeva di più, ma quelli erano animaletti adulti e furbi, non un piccolo inerme figlioletto che non sapeva neanche volare.
Ormai sono passati più di sessant’anni, ma quel ricordo tanto orrendo mi turba ancora assai spesso … e non smetto mai di domandarmi ma come, ma perché, così tanta crudeltà su un essere così piccolo, grazioso, inoffensivo, che chiede solo aiuto e nulla può.
Non potrò mai perdonare quel ragazzino che ogni tanto ancora incontro.
Mai più una parola di questo triste gioco, soltanto un freddo piccolissimo saluto come un vecchio amico, da parte sua, ed io no … considerarlo amico assolutamente no … non ci riuscirò mai.

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Opposte opinioni

Autunno 1973 … In una giornata incerta e afosa, mi sono recato nel primo pomeriggio, alle ore 15:30 circa, presso il bar Milan, nel comune di Civitanova Marche sulla strada statale sedici nella zona sud della città. Avevo un appuntamento stabilito la sera precedente (non c’erano ancora i telefonini!).
Dovevo incontrare un rappresentante di Ancona per un importante elenco di materiali per impianti di riscaldamento.
La mattina avevo preparato un dettagliato elenco, l’appuntamento era fissato per le ore sedici: io per essere puntuale arrivo sempre alcuni minuti in anticipo. In attesa prenderò un caffè, darò uno sguardo a qualche giornale.
Quel giorno il rappresentante si trovava in questa città dove si recava puntualmente un giorno di ogni settimana, quindi l’orario non poteva essere impegnativo per lui ma mi aveva raccomandato di essere ben preparato e puntuale perché doveva incontrare molti altri artigiani della zona (io ero un intruso quel giorno) nel suo abituale itinerario.
Ritarda molti minuti e dice subito “ho molta fretta”; ma poi si ferma volentieri per oltre un’ora perché siamo attratti da un infuocato colloquio di due pensionati abituali frequentatori del bar per una partita a carte in quattro, a cui io avevo assistito solo nel finale, abbastanza rumoroso.
Dopodiché i due che avevano vinto sono andati via, gli altri due hanno fatto un’altra partita e un’altra consumazione, per giocarsi chi pagava tutto il conto, quattro caffè e due amari.
Mentre giocavano questa partita i due hanno iniziato un caloroso, poco amichevole colloquio, ed è arrivato il rappresentante.
Il colloquio si basava sulla crisi petrolifera, gli aumenti, le disponibilità future, la fine della disponibilità del petrolio e sulle prospettive per il dopo crisi, se fine ci sarà!
Loro erano alquanto perplessi …  
Ben presto però la conversazione si era allargata ad argomenti personali e scivolata verso una accesa discussione. Soprattutto sulla necessità di risparmiare, da parte di uno, proprio prendendo ad insegnamento questa crisi in corso, mentre l’altro sosteneva che era meglio spendere subito la sua disponibilità della pensione, (godere quello che c’è fin ché ci sarà).
Causa del degenerare di questa conversazione, iniziata con le classiche battute da bar, continuata anche con riflessioni molto interessanti, arrivata poi a parole offensive nella sfera personale, ed anche familiare; era una scatola di cioccolatini: Baci Perugina.
Chiameremo Stefano, quello più ottimista e sorridente, Fabio l’altro, che in certi momenti sembrava arrabbiatissimo e scandalizzato dalla modalità di vita che Stefano affermava, non solo di volere vivere lui, ma che intendeva dare anche a tutta la sua famiglia, ai suoi due figli, specialmente nel considerare l’importanza del valore dei soldi.
Da quanto si è potuto capire: Stefano è stato operaio in una impresa edile, ex muratore con una discreta, ma certamente non ricca pensione.
Fabio ex artigiano nel settore dei trasporti con due automezzi, adibiti ognuno ad un particolare trasporto; uno per i materiali edili ed agricoli, operante in zona regionale, l’altro per consegne di merci imballate e ingombranti in varie città del centro Italia per conto di una cooperativa di trasportatori del luogo.
Si è fatto tutto da solo, con notevoli sacrifici e molte ore di guida ogni giorno, anche fino a venti ore, specialmente nelle stagioni estive: ora riceve una pensione da artigiano (quasi da fame) ma ricava affitti da due appartamenti e da un piccolo capannone dove lui vive al piano di sopra da molti anni con la sua famiglia e coltiva anche un rigoglioso orticello. Appartamento situato al piano superiore del capannone che poteva eventualmente essere adibito a uffici.
La movimentata diatriba si fa interessante quando per alcuni minuti Fabio, con modi ironici, deride Stefano ripetendo all’infinito che gli dispiace molto di avere vinto lui, quindi averlo costretto a pagare il conto, proprio oggi che oltre i quattro soliti caffè ci saranno anche i due amari.
Ripeteva che se avesse bisogno per pagare il conto, lui si sarebbe interessato a procuragli un mutuo presso una banca, che indicava poco lontano dal luogo, perché lui di mutui, di cambiali, era molto esperto mentre il suo amico Stefano, avendo costruito soltanto la sua casa lavorando al sabato e alla domenica con l’aiuto di tutta la famiglia e di altri amici muratori non aveva sicuramente preso un mutuo oppure rateizzato pagamenti con cambiali.
Stefano ribatteva con parole a dir poco sgarbate, considerando gli artigiani grandi evasori, sempre disposti a non fare le fatture, troppo indaffarati solo a guadagnare di più; specialmente i camionisti, che viaggiando la mattina presto ed anche la notte guadagnano il doppio perché anche le mogli si danno molto da fare, con tutto il tempo libero.
Dopo queste movimentate battute ironiche, in un momento di calma, Stefano va al banco per pagare, con in mano diecimila lire e rivolgendosi al suo amico gli dice: vedi io diecimila lire le voglio spendere e non ci piango sopra!
Oggi ne voglio spendere di più perché prenderò anche questa scatola di cioccolatini: Baci Perugina!
Confezione grande esposta nella vetrinetta del banco bar.
Tutti i presenti in quel momento, una decina di persone, ormai tutti presi dalle goliardiche battute dei due amici, tutti a ridere e qualcuno aveva persino smesso di fumare!
Fabio a questo punto si fa serio, con tono pacato ma deciso fa notare al suo amico che non è da persone responsabili spendere più di diecimila lire in due ore di pomeriggio al bar, quando sarebbe stato già troppo il conto di sei consumazioni.
Stefano risponde che avendo casa finita e pagata, i due figli che lavorano e guadagnano bene, la moglie casalinga con un altro lavoretto di pulizia delle scale in alcuni palazzi della zona: può permettersi tranquillamente queste piccole cose e che non sarebbe invece onesto privare la sua famiglia anche di qualche dolcetto, pur di portare soldi in banca (nella tana dei ladri, dice lui!).
Dove ti danno poco, quando depositi i soldi, ma costano troppo se ti permetti di chiedere un prestito.
Fabio sempre più serio, cerca di convincere Stefano della necessità di risparmiare, proprio lui con due figli da sistemare (sposare e formare una loro famiglia).
Gli ripete in modo arrogante “dovrai andare anche tu alla tana dei lupi!” quindi è necessario risparmiare su cose superflue per avere la disponibilità di denaro quando, prima o poi, ci sono sempre spese impreviste o avvenimenti importanti.
Stefano risponde che la casa se la faranno loro i figli, quando e dove vorranno sistemarsi: anche perché in questo modo si sentiranno più fieri di loro stessi, ameranno molto di più la casa, e la sentiranno di più sua se ci avranno sudato sopra!
Stefano porta esempio concreto di reciproci conoscenti che avevano costruito una casa molto grande anche per i propri figli, che poi i figli si sono sposati in altre città lasciando i genitori con il problema di affitti, equo canone, tinteggiare, pagare tasse, dopo i grandi sacrifici che avevano fatto per costruirle.
Questo confronto di idee prosegue, ora calmo e pacato, ora aggressivo e sprezzante, nella riflessione se è meglio risparmiare e accumulare capitali nella speranza di trarne profitti, oppure godersi ogni giorno quanto il BUON DIO ci mette a disposizione, perché è troppo incerto il futuro: con questo enorme debito pubblico e con tutte le amministrazioni, ad ogni livello, che continuano a costruire strade, autostrade, parchi pubblici, giardini e quant’altro.
Dopo il costo iniziale queste spavaldaggini elettorali (così le definiscono) avranno un enorme costo di manutenzione ed aggiornamenti.
Ci soffocheranno di tasse “dice Stefano” e le pagheranno chi avrà accumulato capitali!
Non certamente chi avrà soltanto la sua casa dove abita e una piccola pensione … finalmente qui sono quasi d’accordo.
Erano finalmente d’accordo perché pochi mesi prima avevano entrambi notato un grande lavoro di rifacimento dell’asfalto proprio nella strada statale sedici Adriatica, di fronte al bar, costosi interventi ed anche molto frequenti, come anche per la ferrovia che passa poco lontano, dove gli operai con pale e forconi, lavoravano molto a rilento; paragonando i loro modi di lavorare molto più attivi e sbrigativi, secondo il loro punto di vista.
Con il rappresentante nel frattempo abbiamo stilato tutto l’elenco, chiarito prezzi, pagamenti e tutti i nostri affari, ma siamo molto contenti di avere impiegato più di un’ora per un affare che poteva essere di soli quindici minuti.
Siamo attratti da questa inaspettata coincidenza che ci fermiamo volentieri fino a vedere il finale.
Stefano mette sul tavolo ventimila lire, riceve il resto e la scatola di Baci Perugina, mentre Fabio era già uscito: poi i due si dileguano insieme ed in completa armonia. Perché, dice Stefano prima di uscire … mi aspetta là fuori e andremo a casa insieme; ma sicuramente ognuno per la nostra strada!
Grande sorpresa per noi è constatare, anche se tra goliardate e polemiche, la completa e competente visione dei molti argomenti trattati dai due pensionati, di età oltre i settanta anni e certamente con grado di istruzione elementare.
Lucidi, precisi, informatissimi, di avvenimenti del dopoguerra: sviluppo economico che si cominciava da poco tempo a definire “miracolo economico” e con idee molto coerenti in fatto di sviluppi futuri.
Ci siamo stupiti e abbiamo continuato anche noi, con altri avventori del bar, a commentare questi due formidabili personaggi: potrei affermare in tutta sincerità, nonostante tutto questo tempo trascorso, che ho imparato molto da questa conversazione; su quanto sia necessario tenersi informati e confrontare le nostre con altre opinioni.
Osservare, riflettere, dialogare: per prevenire e preparare quanto più accuratamente … il futuro.

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La fisarmonica del nonno Berto

Breve vita musicale di un amico che viveva in una frazione a circa dieci chilometri da Recanati.
Grande talento musicale al punto che quando, fino a tarda notte, si ascoltavano le canzoni di Sanremo il giorno successivo lui era in grado di suonare qualcuna di queste canzoni con la fisarmonica.
Non suonate completamente per intero ma nei passaggi più orecchiabili, perché lui Gilberto classe 1942 (da noi chiamato Berto musica) sapeva suonare soltanto così, ad orecchio.
Non conosceva scuola di musica e tantomeno le note musicali.
La fisarmonica di Berto era ereditata dal nonno, padre della sua mamma che si chiamava Gilberto come lui, la mamma la conservava gelosamente perché aveva altre sorelle che la volevano anche loro, ma il nonno l’aveva voluta affidare proprio a lei, forse perché il figlio aveva appunto rinnovato il suo nome.
In molte famiglie di quel tempo c’era un organetto, oppure una fisarmonica e quasi tutti non conoscendo la musica suonavano ad orecchio (così si definivano i suonatori di campagna) questi erano i protagonisti delle feste dopo il raccolto nelle aie in estate.
Nel nostro gruppetto di amici lo chiamavamo Berto musica perché era sempre attaccato alla radiolina, al mangiadischi al jukebox e a tutto ciò che era suono. Cose ormai fuori moda per noi più modernizzati, ormai rapiti dalle partite di calcio in TV e dalla domenica sportiva in diretta.
Le canzoni che meglio ricordo suonate da Berto sono: Vola Colomba, Vecchio Scarpone, Casetta in Canada, La tramontana, Marina, Il pullover, Una marcia in fa.
Palcoscenico di “Berto musica” erano le serate estive nei più disparati angoli della borgata: davanti al bar, davanti alla chiesa, alla scuola; a lui bastava una sedia e qualcuno che ascoltava, ma quando sentivano la fisarmonica accorrevano subito molte persone e si formava un gruppo, a volte molto numeroso.
Nella stagione invernale siamo andati qualche volta a suonare nelle case di campagna dove c’erano cucine molto grandi, il camino, le specialità dei dolcetti fatti in casa, vino novello e poi gli “scroccafusi!” nel periodo di carnevale.
Con la mia vespa lui saliva sul sellino posteriore, la fisarmonica dietro le spalle e via a suonare!
Solo in famiglie che lo invitavano per qualche particolare ricorrenza, nei pomeriggi della domenica e fino anche a tarda sera.
Fu un periodo molto bello ma anche molto breve, poco più di due anni.
Si cominciò a vociferare che non voleva più suonare perché troppo impegnato nel lavoro, poi si disse che c’era una fidanzatina, ma ben presto si presentò tutt’altra realtà.
Una ragazza di un anno più grande di lui, che abitava in un altro comune poco lontano, era in stato di gravidanza e con la sua mamma si erano recate in casa di Berto (dai suoi genitori) dicendo che il padre del futuro bambino era proprio lui, Berto.
Chi non è più tanto giovane può ben capire quale sconcerto portava una tale affermazione in una famiglia di quel tempo. Una vera tragedia … Berto non negò nulla e disse candidamente ai suoi genitori che si sarebbe sposato e sarebbe andato a vivere con la sua ragazza e con la madre di lei: vedova di guerra, non aveva marito e neanche altri figli.
Lo sconcerto fu enorme in tutta la borgata e in tutte le persone che lo conoscevano, “neanche fidanzato e già padre”.
Berto però, tranquillo e sicuro di sé andò diritto - diritto per la sua strada.
Come tutte le tempeste di questo mondo, le agitatissime acque nella sua famiglia, nei parenti e vicini di casa, si calmarono: lentamente, ma si calmarono.
Anche nel nostro gruppetto di amici ci fu un grosso sgomento, perplessità, opinioni contrastanti, ma tutto si placò in pochi mesi.
Berto rimase il buon ragazzo, il buon amico, sicuramente anche un buon marito e buon padre di famiglia.
Si mise a lavorare con molto impegno e fu in seguito un apprezzato artigiano.
Grandi sconfitte e abbandonate furono soltanto la musica e la fisarmonica della mamma.
Credo che molto probabilmente non gliela fece più toccare e non fu mai più attivata.
Tutti i rapporti con la sua famiglia rimasero sempre molto distaccati, dialogo sì, ma freddo e non certamente amichevole: anche con noi amici di sempre la sua mamma girava lo sguardo e ci evitava ogni piccolo saluto, nelle rare occasioni che la incontravamo.

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Zingarella Nora e cane legato

Circa sessant’anni fa (avevo sei o sette anni) abitavo vicino ad una stradina imbrecciata che dal fiume saliva fino al paese.
Una casa di contadini con l’aia, il pollaio, la chioccia, i pulcini e un cane di nome FIDO, meticcio di taglia media, quasi piccolo, di colore bianco con macchioline colore caffelatte.
Fido era giocherellone con noi di casa ma pericoloso per gli estranei. Qualche volta si lanciava anche per mordere, perciò era legato con una catena che poteva scorrere per una decina di metri fino ai primi gradini della scala.
Le case di campagna a quel tempo erano state quasi tutte costruite nei secoli precedenti ed erano molto simili.
Avevano la parete con scale esterne rivolte verso sud, alcune con una piccola tettoia (la loggia) che copriva il pianerottolo di entrata al primo piano.
La nostra ed altre avevano invece scale tutte coperte.
In prossimità del primo gradino c’era solitamente una porta di accesso ad un locale al pian terreno, deposito di semi per l’anno successivo, oppure per gli attrezzi agricoli più importanti.
Qualche volta anche per lardo e prosciutto: cose molto preziose nella vita di contadini, ma anche “attraenti” per zingari e malavitosi vari, pronti ad approfittare quando non c’era nessuno in casa.
La catena ed il filo scorrevole erano predisposti in modo che il cane “legato” era sempre presente nel punto dei due più importanti accessi alla casa.
Fido, da buon guardiano si agitava particolarmente quando arrivavano gli zingari con cavalli e vecchi carretti, a volte in gruppo, di solito due donne con bambini in braccio, attorniate da altri più grandi appena in grado di camminare.
Un giorno, all’arrivo di un gruppo di zingari, la mia attenzione venne subito attratta da una bambina poco più grande di me che chiamavano NORA.
Capelli lunghi spettinati, visetto sporco ma simpatico e vestiti più grandi di lei imbrattati di terra.
Non riusciva a camminare al ritmo delle due donne adulte, arrivava sempre un po’ dopo e stanca, si sedeva subito sul primo gradino delle  scale.
Nora era grande amica di tutti gli animali: i gatti le andavano
incontro e poi anche la chioccia e i pulcini.
Lei gli sbriciolava un po’ di pane che aveva sempre in tasca, perché gli zingari chiedevano sempre pane e poi volevano patate, farina, ceci e tant’altro, ma il pane non lo rifiutavano mai.
Anche a Fido dava pezzetti di pane e lui, sempre pronto ad abbaiare, cominciò ad accettare qualche carezza, ma solo da Nora!
Cercavo di avvicinarmi per parlare con Nora, dal sorrisetto tra il furbo e il triste, mai allegro.
Un giorno avevo in mano una pagina di giornale che a quel tempo si usava per avvolgere la spesa, riportava la fotografia di un corridore con una bella maglia colorata e la bici da corsa.
Mi sedetti vicino a lei, le feci vedere la foto, poi cominciai a leggere qualche riga, ma vedendo in lei un atteggiamento disinteressato, distaccato, le chiesi se voleva la foto.
Un lampo nel suo viso, le piaceva!
Guardava incuriosita tutta la pagina, la foto, e dopo averla rigirata più volte me l’ha restituita dicendo con voce sommessa: “tanto non so leggere”.
Rimasi molto sorpreso … “come non vai a scuola?”
Lei rispose: non posso andare, noi siamo sempre in viaggio, poi i vestiti, lavarmi tutte le mattine, non mi piace.
Noi siamo tutti così!
Scappò di corsa per andare a girare intorno ad un rotondo pagliaio … due giri!
Tornata a sedere nel gradino si mise a giocare con Fido.
T’insegno io se vuoi, le dissi, è facile, credo che ti piacerà.
La mamma e l’altra donna ci guardavano, le diedero un’occhiataccia e poi se ne andarono via, senza parlare, senza chiedere nulla.
Per molti giorni non si videro più.
Al loro ritorno tutti, ma specialmente le due donne adulte, erano seriosi, di poche parole.
Prendevano le cose che i miei offrivano loro e subito via.
Nel frattempo, però, Nora, che quasi non mi guardava più, aveva fatto vera amicizia con Fido.
Lo accarezzava molto intensamente e lo baciava!
La vidi che gli dava baci sopra la testa, di nascosto, quando gli altri bambini del gruppetto non potevano vedere.              
Un giorno avevo preparato tutte le figurine di calciatori che i miei fratelli più grandi mi avevano dato per giocare.
Nora appena arrivata, come sempre, andò a sedere nel primo gradino della scala.
Le andai vicino per guardare insieme le figurine.
Le leggevo i nomi dei calciatori e lei mi disse nuovamente “ma io non so leggere” ed ancora quel viso oscurato, mi sembrava che piangesse.
Le dissi, ma guarda com’è facile!
Questa è la “p” poi la “i” la “o” la “l” la “a” si legge PIOLA un grande calciatore!
Lei mi disse, “ma allora è vero che è facile, mi piacerebbe imparare.” Per tutta l’estate ogni volta che venivano noi facevamo lezione ed avevo capito che anche la sua mamma era orgogliosa, perché vedeva che sua figlia era molto brava.
Dopo neanche un mese scriveva benissimo alcuni numeri e lettere dell’alfabeto.
Inizia il nuovo anno di scuola in terza elementare.
Tutti i pomeriggi aspettavo il gruppetto con Nora.
Passavano altri zingari ma lei non c’era.
Gli zingari sostavano sempre per brevi periodi.
Vicino i ponti dei fiumi occupavano prati con le loro tende e baracche, sotto le arcate dei ponti legavano i loro cavalli.
Si recavano in paese passando su stradine interne evitando le vie più importanti.
Nelle case di campagna chiedevano da mangiare, in paese elemosinavano anche monete.
Erano molto odiati perché a volte, se avevano l’occasione, “prendevano senza chiedere”.
Uova, polli, denaro, gioielli e nelle leggende anche bambini.
Fido si lanciava, abbaiava con tono cattivo, tirava la catena che scuoteva il filo e per questo gli zingari avevano paura ad avvicinarsi.
Prendevano cose che venivano date loro e poi via, in silenzio.
Sempre via e silenzio.
Quando, finito l’anno di scuola fu vacanza, ecco che un giorno ritornò quel gruppetto delle due donne adulte con i bambini in braccio e c’era anche lei, Nora!
Ci sedemmo insieme sul gradino.
Fido la cercò subito e si prese molte carezze: lei tirò fuori dalle tasche alcuni foglietti, con sorriso timido e dolce mi disse “vedi, anch’io so fare”.
Erano fogli a righe con alfabeto completo, parole scritte, tante parole!  Poi anche numeri, disegni.
Mi sentii veramente felice per lei, per quanto aveva imparato in un solo anno di scuola!
Passò tutta l’estate con frequenti lezioni a casa mia, poi un altro anno di scuola e di nuovo vacanze.
Avevo intanto finito la quinta e tutto il mio tempo di studiare.
Ormai la mia famiglia mi portava nei campi a lavorare e non mi lasciavano più giocare con la mia “zingarella” come loro la chiamavano. Prendendosi gioco di me finché diventavo rosso-arrabbiato.
Durante quella estate passarono molto raramente, ci vedemmo con Nora solo poche volte, poi mentre aspettavo un altro periodo di vacanze ci trasferimmo in una casa nuova, più grande, più bella e Nora non venne più.
Non passavano zingari in quella strada.
Tante volte io e Fido, seduti sul primo gradino delle scale, aspettammo invano la nostra NORA.

*** *** *** *** ***

Cavallo zoppo

In anni molto lontani nel 1919, appena finita la grande guerra, una famigliola rimasta priva del padre morto in battaglia si trasferisce in paese staccandosi da una famiglia numerosa che viveva in campagna. Sono la madre ed un figlio maschio “GIOVANNI” di sei, sette anni che ha ereditato il nome dal nonno.
Prendono in affitto una piccola casa e la mamma comincia a fare lavoretti per i signori del tempo: farmacista, avvocato, proprietari di negozi.
Lava i panni e stira, coltiva piccoli orticelli, fa pulizie, cucina.
Lavoretti di qualche ora al giorno per diversi padroni.
Giovanni, detto Nanni, frequenta già, dal periodo delle scuole elementari, un commerciante di bestiame accudendo al suo cavallo, curando la stalla ed il calesse con il quale il commerciante si sposta nelle campagne anche dei paesi vicini.
Passano gli anni, il commerciante diventa anziano e Nanni comincia ad aiutarlo anche nel suo lavoro, imparando le astuzie del mestiere.
Un bel giorno comprano al mercato di Macerata un bellissimo puledro. Nanni si occupa di accudirlo e di domarlo e dopo qualche tempo lo sostituisce all’altro cavallo ormai vecchio.
Quando presentano nei mercati questo nuovo cavallo creano una immensa curiosità per la superba bellezza, la meravigliosa cavalcata, e tutti si complimentano con Nanni per la perfetta cura nell’accudirlo. Dopo qualche tempo però il padrone, che era molto fiero del nuovo cavallo e di Nanni, si ammala e affida a Nanni l’incarico di continuare la sua attività.
Intanto si vedono sempre più spesso le motociclette.
Nanni ne acquista ben presto una, col sidecar, che gli permette di incrementare molto la sua attività comprando non più solo bestiame ma anche sementi, agrumi, uova, che poi fornisce a vari negozi dei paesi vicini guadagnandosi in poco tempo un notevole benessere e prestigio sociale.
Nonostante il molto lavoro Nanni continua personalmente a curare il cavallo.
Ogni tanto qualcuno gli propone di acquistarlo perché ormai a lui, per il lavoro, non serve più.
Nanni non intende vendere, ma ogni tanto un pensierino gli gira intorno, questo cavallo ora vale molto ma invecchiando …
Una mattina d’inverno, con la strada un po’ ghiacciata, mentre fa la sua passeggiata con cavallo e carrozzino, il cavallo scivola su un selciato in pendio e comincia a zoppicare.
Subito Nanni chiama il veterinario e insieme lo curano gelosamente, ma  non riescono a ripristinare quella famosa cavalcata.
Siamo circa nell’anno 1935.
Da buon astuto commerciante Nanni decide di non dire niente a nessuno dell’accaduto e di vendere subito il cavallo per non diminuirne il valore.
Contatta un agricoltore, di un paese vicino, che ripetutamente in passato gli aveva dimostrato di volerlo comprare.
Si accordano subito sul prezzo di duecento lire, somma in verità esagerata a quei tempi per un cavallo, anche se molto speciale.
Si accordano di non dire niente a nessuno di questa vendita, deve essere una grande sorpresa per tutti.
La consegna doveva avvenire direttamente a casa di EGIDIO.
Questo infatti è il nome del compratore.
La consegna del cavallo verrà effettuata dal sig. Nanni personalmente, così che si saprà della vendita solo ad affare concluso e a pagamento avvenuto, in modo di evitare anche eventuali ripensamenti.
Nanni parte per consegnare il cavallo, quando arriva vicino alla casa di Egidio toglie un ferro da uno zoccolo, per farlo zoppicare quando arriva alla casa dell’agricoltore, ma solo per questo inconveniente, assicura Nanni.
Incassa le duecento lire e torna a casa soddisfatto per il buon affare concluso.
Egidio intanto mostra orgoglioso ai vicini e ai parenti il suo importante acquisto.
Chiama il maniscalco e mettono il ferro che manca, controllano bene tutti gli altri ferri e comincia a fare delle passeggiate col nuovo cavallo, ma quella bellissima cavalcata tarda a venire!
Si reca dal suo amico Nanni e presenta tutta una serie di lamentele, intanto in paese si comincia a vociferare su questo affare di Egidio, forse non proprio azzeccato.
Ad un certo punto decide di restituire il cavallo e riprendere i suoi denari, ma Nanni non dimostra di avere orecchi per queste richieste fino a quando un giorno si scontrano animatamente.
Egidio dice che la consegna avvenuta a casa sua, il ferro perduto lungo la strada, la consegna di sera quando è ormai buio, sono prove che il cavallo aveva già quel problema.
Nanni risponde che sono passati diversi giorni e solo ora Egidio fa queste osservazioni.
Forse il cavallo non ha gradito il nuovo padrone e si è trovato in difficoltà, oppure si è agitato e gli è venuta questa leggera contrazione che presto passerà.
Passano i giorni e continuano le liti, ma ognuno rimane decisamente fermo nelle sue posizioni fino a quando una mattina Egidio, ormai esasperato, va davanti alla casa di Nanni con un grosso bastone e lo invita a confrontarsi con lui, ma in realtà vorrebbe sonargliele come si deve.
Nanni tergiversa, cerca di calmare l’amico con promesse di lauti guadagni con i vari prodotti che in futuro acquisterà da lui.
La posizione di Egidio è sempre più agitata, mentre Nanni ha ormai molta urgenza di andare via per consegnare i prodotti acquistati il giorno prima.
Le cose vanno per le lunghe.
Nanni ormai pressato dai suoi impegni perde la pazienza, prende un fucile e minaccia il rivale, che a sua volta lo provoca dicendo “questo tuo atteggiamento dimostra che la ragione è mia!” Da parole forti si passa ad altre sempre più offensive, così succede che Nanni spara un colpo in aria per spaventarlo.
Egidio fugge a gambe levate ma non si arrende.
Si reca dal suo dottore e insieme si accordano nel dire che da una gamba il medico gli ha tolto del piombo.
Così Egidio alcuni giorni dopo denuncia il sig. Nanni accusandolo di avergli sparato.
Da parte sua Nanni denuncia Egidio perché lo ha minacciato con il bastone e gli ha impedito di svolgere il suo lavoro.
Naturalmente la cosa solleva nel paese e nei paesi vicini tutta una serie di ironie, fantasiose illazioni, supposizioni e chiacchiericcio di ogni genere.
Nanni intanto constata che questa faccenda gli fa perdere sempre più credibilità nei suoi affari, perché in quel tempo tutto si faceva con una stretta di mano.
Se prendevi la nomea di persona non affidabile bisognava cambiare mestiere subito.
Decide di consultare un avvocato per risolvere il problema al più presto. Dopo ripetuti incontri e qualche acconto all’avvocato, si decide che bisogna trovare un accordo perché una eventuale causa civile sarebbe andata tanto alle lunghe e addio commercio.
Egidio però è sempre più ostinato nella convinzione di avere ragione.
Si fanno diversi incontri anche con la presenza dei sindaci dei rispettivi paesi, organizzati dall’avvocato di Nanni.
Alfine si decide di affidare il giudizio su questa controversia ad un personaggio molto particolare, di un paese abbastanza lontano che non conosce i due contendenti e che quindi sarebbe stato un buon arbitro per questa intricata situazione.
Inoltre questo espediente avrebbe risolto il problema in brevissimo tempo e con meno spese.
L’avvocato caldeggia molto questa soluzione per incassare soldi da tutti e due i contendenti.
Entusiasti anche i sindaci perché vedono una buona occasione di prestigio per loro e poi forse anche la possibilità di guadagnare qualcosa.
Si accordano di contattare un signore che si faceva chiamare Sor Clemente.
Conosciuto in tutta la provincia di Macerata proprio per queste capacità mediatrici, non è certamente un giudice ma soltanto l’unico erede di una nobile famiglia decaduta.
Sor Clemente vive in un grosso palazzone, vecchio e malandato, da solo con un vecchio cavallo e con il grosso problema di mangiare ogni giorno.
Comunque è sempre vestito molto elegante, da gran signore! Contattato dall’avvocato il nobile decaduto accetta l’offerta; concordano a breve tempo la data per una riunione definitiva, dove saranno presenti anche i sindaci dei rispettivi paesi di Egidio e di Nanni in qualità di mediatori per raggiungere l’accordo e di testimoni dell’eventuale accordo concluso.
La riunione si tiene presso lo studio dell’avvocato che impone ai due contendenti l’obbligo di portare almeno trecento lire ciascuno perché appena arrivati al giudizio finale si deve pagare tutto subito ed in contanti.
L’avvocato espone una particolareggiata relazione del caso controverso dopo di che il Sor Clemente chiede altri chiarimenti e precisazioni varie, chiedendo anche conferma ai due sindaci bene informati dei fatti ed autorevoli testimoni.
Quando ritiene di avere sufficienti elementi invita ad uscire i due contendenti e l’avvocato.
Chiede di rimanere da solo con i sindaci.
Decidono un verdetto finale ed invitano gli interessati (Avvocato, Egidio e Nanni) a ritornare nello studio per comunicare loro le decisioni, che più o meno suonano così.
1°) Non si potrà sapere mai il momento preciso in cui il cavallo si è infortunato perché non ci sono testimoni, per cui la vendita ed il prezzo non si possono modificare.
2°) Vero che Nanni ha sparato ma anche Egidio ha mostrato un’arma essendosi presentato con il bastone.
Inoltre impediva a Nanni di svolgere il suo lavoro, quasi sequestro di persona.
Verdetto di parità e le spese metà ciascuno.
Elenco delle spese:
Al Sor Clemente spettano cento lire, ai sindaci venti lire ciascuno, all’avvocato centocinquanta lire perché lui è l’autore che ha costruito tutta la pratica per l’accordo.
Totale duecentonovanta lire, (centoquarantacinque ognuno).
Sconsolati Egidio e Nanni si  avviano alle loro rispettive case.
“Affare balordo pensa Nanni” perché ho venduto il cavallo a sole cinquantacinque lire (tolte le spese) meno di un qualunque cavallo e poi tra gli acconti vari all’avvocato e il tempo perduto …  era meglio averlo regalato!
Egidio pensa: duecento lire per l’acquisto, centoquarantacinque per le spese, poi il maniscalco, il dottore e tanto tempo perduto, ho speso più del doppio di un buon cavallo, per un cavallo zoppo.
Avvocato, sindaci e Sor Clemente invece hanno fatto un buon lavoro ed un buon incasso (secondo loro) quindi vanno tutti a festeggiare in una osteria, molto fuori zona, per non essere notati, pranzo abbondante e molto vino.
Quando escono dall’osteria è ormai buio, purtroppo trovano un gruppetto di briganti che avevano seguito la vicenda ormai nota in tutta la provincia.
Sono certi di trovare nelle tasche di tutti, molti denari.
In poco tempo si fanno consegnare da ognuno dei malcapitati tutto quanto avevano in tasca.
L’avvocato consegna le 150 lire più orologio ed altri denari suoi.
Al Sor Clemente prendono le 100 lire più altre quindici delle sue, ma prese in prestito, e poi le scarpe perché non aveva orologio.
I Sindaci le 20 lire più le altre che avevano di loro proprietà e gli orologi.
Facile per i carabinieri individuare i briganti ed arrestarli in pochi giorni, ma orologi, scarpe e soldi sono spariti in laute scorpacciate, bevute ecc.  Unica consolazione dei derubati è sapere che ai ladri spetterà un lungo periodo di carcere.


*** *** *** *** ***

Primo Evento

Quando le scuole di campagna erano ancora attive, nell’anno 1950, a fine settembre si verificò il primo evento importante della mia vita, avevo sei anni, incomincia la scuola!
La mia scuola si trovava a nord del paese, a circa due chilometri dopo le ultime case di periferia, a lato di una stradina stretta, imbrecciata, chiusa tra due ermetiche siepi di spini appuntiti e fiancheggiata da tanti alberi: querce, acacie, olmi.
Le siepi di spini si tagliavano ogni anno per fare fuoco nel forno, ogni settimana, per la cottura del pane.
Gli alberi, oltre alla legna per il caminetto, davano preziosi fusti per ricavare tavole, fare carri, botti, attrezzi vari, scale a pioli, mobili, sedie e altro; anche casse per fisarmoniche.
Questo piccolo lembo di terra pieno di alberi, ricavato nei greppi ai lati delle strade, ora quasi tutti estirpati, era a quel tempo un’importante risorsa agricola ed evitava quelle piccole frane che oggi vediamo assai spesso.
L’edificio scolastico era una comune casa agricola con la cucina al centro della casa, ai lati due camere matrimoniali ed una più piccola, attiguo alla cucina si trovava un piccolo locale dispensa.
La scala esterna terminava con un lungo balcone coperto (la loggia) da dove si entrava in casa e percorsi alcuni metri, si accedeva alla scuola. I locali della scuola, molto probabilmente, erano stati aggiunti alla casa in un secondo tempo.
Al pian terreno sotto i locali scolastici c’era il granaio, sotto l’abitazione la stalla, poco lontano, esternamente alla casa, il pollaio, il porcile, il letamaio.
I contadini che vi abitavano oltre a coltivare il terreno erano i custodi della scuola: accendevano la stufa a legna, facevano le pulizie e tutti i vari servizi di sostegno alla maestra.
Ricordo che durante le lezioni si sentiva il coccodè di galline, lo stridio dei carri trainati dalle mucche, lo schioccare di frusta e i severi richiami dei contadini alle mucche più distratte.
Quando soffiava un leggero vento dalle finestre aperte arrivava in classe odore di fieno, di fiori, di legna bruciata, di pane appena sfornato!
Era una piccola scuola composta da una sola aula con una sola maestra per tutte le cinque classi.
Eravamo in tutto circa 18-20 bambini.       
Nella mia classe eravamo soltanto quattro bambini e siamo rimasti sempre così dalla prima alla quinta. La nostra maestra era molto brava perché nonostante le molte libertà che ci potevamo concedere, lei controllava sempre tutto e non ricorreva mai alle punizioni.
Ci richiamava amorevolmente allo studio, all’educazione, al rispetto dei propri doveri.
Una sola minaccia: “faccio venire i tuoi genitori”!
A quel tempo era cosa di non poco conto.
C’erano anche le bocciature!
Si verificarono in prima ed una sola volta in seconda elementare, non ne ricordo altre!
Certamente per me fu molto efficace questo unico periodo di studio.
Le tabelline, i verbi, la geografia di tutto il territorio italiano e genericamente di tutto il mondo, la storia di antiche civiltà, l’impero romano, le invasioni barbariche, il risorgimento, l’unità d’Italia e la prima guerra mondiale.
Furono le tappe fondamentali del mio iter scolastico.
Poi … stop!
Mai parlato del dopo, mai riferimenti politici, soltanto un’appassionata esortazione a difendere la patria, la libertà, l’onestà, il dovere, l’obbedienza e il rispetto per la famiglia.
Ricordo appassionati richiami ad alcuni alunni per le poesie non imparate a memoria, per i compiti non completati, anche quelli delle vacanze!
Per conto mio invece facevo tutto molto bene, ma ero disordinato, distratto e troppo frettoloso.
Avevo una pessima scrittura, quasi illeggibile, non sapevo trovare un argomento valido per un tema libero.
Il mio tema libero, scopiazzato da qualche libro di testo dei miei fratelli più grandi, era sempre lo stesso “dalla finestra della mia aula si vede un grande albero, ha il tronco alto e forte, molti rami e foglie al vento.”
Credo che, con tutte le varianti possibili, l’avrò presentato almeno trenta volte, dalla terza in poi.
Lei, la maestra, ripeteva che era stanca di questa cantilena, che nella vita bisogna anche inventare, modificare, migliorare, osservare tutte le cose che ci circondano.
La maestra mi faceva notare: quell’alunno del raccontino ha osservato quell’albero solo per una volta, poi sicuramente ogni giorno altre cose! Lei suggeriva un fiume, un ruscello, montagne, la neve, il bosco, il lavoro in casa e mille altri argomenti.
Ma io rimanevo ancorato al mio albero, come unico soggetto protagonista dei miei temi liberi!
Personalmente risolvevo sempre per primo i problemi, leggevo bene, anche perché dopo quindici giorni di scuola avevo divorato il mio libro di testo.
Alcune pagine che erano più interessanti le sapevo a memoria, imparavo sempre le poesie, mi sembrava di essere il Re della scuola e non davo importanza al tema libero.
Nella mia famiglia, ed in genere il modo di vivere in campagna a quel tempo, si vietava di inventare o portare innovazioni.
Si doveva fare tutto secondo usanze consolidate che si ripetevano da secoli: massima cura nel selezionare i semi, tenere sempre pronti e ben curati gli attrezzi, solcare la terra e seminare in modo ben diritto, avere cura di tutti gli animali, in particolare delle mucche quando si andava con i carri in paese.
Finita la scuola, quando ho cominciato a lavorare in modo continuo e partecipativo, ho invece capito l’importanza di osservare, modificare, perfezionare, inventare, nuovi modi di lavorare, utilizzare nuove attrezzature ecc.
Parole sante quelle della maestra Agostina!
Allora le sue esortazioni non mi stimolavano a mutare atteggiamento, ma nel tempo sono state per me esperienze di vita importantissime. Memorie da salvaguardare gelosamente.
Conclusa la scuola anni 1955/56 è iniziata una pressante evoluzione nei costumi e con una rapidità sorprendente si sono verificati eventi e progressi.
Cominciarono a circolare la Vespa, la Lambretta, poi una miriade di altri ciclomotori.
Apparvero le prime auto (post balilla e topolino) la cinquecento, la seicento, la nuova millecento.
Fu estesa ovunque, anche nelle campagne, l’energia elettrica e di conseguenza si diffuse la radio in ogni casa.
Comparvero in agricoltura i primi trattori a cingoli e le trebbiatrici moderne molto meccanizzate.
La domenica non si andava solo alla messa, qualche volta anche al cinema o a vedere la partita di calcio.
Comparvero le prime fabbriche e le persone abbandonarono il duro lavoro dei campi sotto il sole cocente, per nuove occupazioni all’ombra di un locale chiuso, riparati anche dal freddo.
Fu frenetica attesa per la nuova invenzione, quella che avrebbe portato il cinema in ogni casa … la televisione!
Oggetto di conversazioni interminabili e spasmodico desiderio già da alcuni anni prima della comparsa ufficiale.
Le aspettative di una vita migliore diventarono una radiosa certezza per quella gente, fino a pochi anni prima troppo emarginata, abbandonata solo a sé stessa e alle intemperie stagionali.
Di colpo gli agricoltori si trovarono, quasi inconsapevolmente, catapultati in una nuova realtà progressivamente sempre più dinamica e inarrestabile!
Vita di cinquanta … sessanta anni fa!
Per i giovani di oggi, per le nuove generazioni, sono un’era preistorica. Per me sono sogni vissuti, romantica realtà.
Pomeriggio di fine ottobre 2009, dopo alcuni giorni di caliginoso grigiore finalmente oggi è un bel giorno di sole con leggera brezza, non più caldo estivo e non ancora freddo.
Mi folgora una brillante idea, vado al cimitero, senza aspettare novembre quando piove oppure fa freddo.
Farò una lunga visita, qualche preghiera nelle tombe di famigliari defunti, porterò fiori … finalmente questa volta farò visita con la calma da pensionato!
Girando tra le lapidi di persone poco conosciute, oppure decedute da molto tempo, la mia curiosità è attratta da una tomba di recente costruzione, ben curata, con fiori freschi e foto di una persona a me carissima, conosciuta nel 1947 da bambino di tre o quattro anni. Dal 1970 in poi raramente incontrata, poi persa di vista.

*** *** *** *** ***

Nuovo vicino di casa

Nelle campagne della nostra provincia di Macerata a quel tempo c’erano molte case di contadini, alcuni dei quali, come nel caso di questo nuovo vicino, coltivavano un terreno molto piccolo a mezzadria.
I terreni a mezzadria erano: casa più terreno proprietà di qualche signore del paese, il tutto amministrato da un fattore.
Solo le mucche e poche altre cose padrone e contadino erano proprietari a metà.
Tutti gli animali da cortile e gli attrezzi appartenevano al contadino e il raccolto veniva diviso a metà.
Era molto difficile per una famiglia, anche se di sole due persone, vivere con la metà del raccolto!
Queste due persone venute ad abitare vicino a noi, Auro ed Elena, venivano da un paese molto distante per quei tempi, ci volevano cinque ore a piedi, oppure due ore in bicicletta, per valli da attraversare con ripide salite e discese.
Venivano da famiglie molto numerose, muniti soltanto di tanta volontà e con pochissimi mezzi, moglie e marito da poco sposati, molto giovani, molto attivi nel lavoro e bravissime persone.
Avevano pochissime cose: in cucina soltanto un camino con a fianco un fornelletto per la brace, un acquaio con una brocca d’acqua, alcuni piatti e bicchieri, un tavolo, quattro sedie, una piccola madia.
La madia, ora scomparsa dalle cucine, era un mobiletto rustico, a volte fatto in casa a mano, di forma rettangolare con due sportelli ed un coperchio che, ribaltato, serviva per impastare il pane, poi per la sosta di lievitazione, prima di formare le pagnotte da passare al forno.
La madia era anche un luogo ideale per conservare il pane dopo la cottura.
Erano sprovvisti di attrezzi per lavorare la terra, e per queste ragioni hanno incominciato a frequentare la nostra casa.
Chiedevano di usare in prestito, solo per qualche giorno, alcuni dei nostri attrezzi per lavorare il legno tipo seghetti, trapano a mano, accetta, ascia, e altre piccole cose.
In poco tempo avevano costruito alcune scale a pioli, qualche banchetto, due banchi più lunghi, con alcune vecchie tavole.
Le vecchie tavole venivano offerte loro da un falegname del paese in cambio di verdure che Auro gli portava, insalata, finocchi, cavoli.
Auro aveva circa venticinque anni, piuttosto alto, molto snello, sempre gentile, comunicativo, mai triste.
Mi prendeva spesso in braccio e mi parlava molto gentilmente, mi trovavo bene con lui molto più che con i miei fratelli più grandi, qualche volta anche dispettosi e burberi!
Era sempre disponibile ad aiutare, quando a casa mia facevano lavori del tipo pagliaio, falciare il fieno, mietere o trebbiare il grano … perché si sentiva obbligato per gli attrezzi avuti in prestato e per tante altre necessità che la mia famiglia era disposta ad offrigli.
Sui suoi famigliari non poteva contare!
Ricordo quando doveva nascere il suo primo figlio.
La mia mamma aveva preparato già da tempo asciugamani, piccole strisce da dieci quindici centimetri di varie lunghezze ritagliati da lenzuola vecchie, alcune magliette di lana fatte a mano e vecchi vestitini.
Tutto ben lavato, profumava!
Qualche settimana prima del parto era andata a fare visita alla signora Elena.
Aveva portato tutte le cose ben piegate, riposte su due cesti di vimini e tenendomi per mano prima di tornare a casa le disse, questo per me è il quinto e ultimo figlio, queste cose a noi non serviranno più.
Del parto ricordo un grande via vai da casa nostra, con pentoloni, legna per il fuoco, varie cose di cucina.
Mio padre andò a chiamare la levatrice, mentre Auro e mia madre si prendevano cura di Elena e dei preparativi.
Ricordo mio padre e la levatrice che scendevano a piedi la stradina dal paese, quasi di corsa, per circa tre chilometri!
I giorni seguenti tutti a fare visita, anche i miei fratelli più grandi, altri vicini di casa, i parenti lontani!
Non potrò mai dimenticare l’espressione di Elena, seduta sul letto con il bambino in braccio che mi chiama vicino a lei.
Accarezzando suo figlio, con voce esile ed appassionata gli dice guardando me: “questo bambino ti vorrà bene, come un fratello”.

*** *** *** *** ***

Festa di Sant’Antonio Abate

(17 gennaio, Protettore degli animali)

Nelle case di campagna a quei tempi abbondavano gli animali: galline, oche, tacchini, maiali, la stalla e le mucche per il lavoro nei campi.
La nostra stalla era molto grande, con sei mucche, due vitellini, cinque torelli in via di crescita per essere poi venduti e macellati.
Piccolissima invece quella di Auro, soltanto una mucca, il suo vitellino e un torello da ingrassare.
La festa di Sant’Antonio era anche giorno di benedizione degli animali. In ogni chiesa di campagna ed anche in alcune chiese del paese, ogni famiglia portava qualche piccolo animale da benedire: un gatto, un cane, un coniglio e poi si portavano a casa alcuni piccoli pani benedetti da far mangiare, a piccoli pezzettini, a tutti gli animali (proprio uno ad uno).
Le feste cominciavano alla prima domenica dopo l’epifania e continuavano le domeniche ed altri giorni della settimana, fino al mese successivo.
Momento centrale della festa era la fiera delle mucche con relativo concorso e premi per varie categorie.
Vitellini da latte, torelli svezzati fino a circa un anno, vitelloni pronti alla vendita, mucche da lavoro.
I nostri vicini di casa ed altre persone dicevano che il vitellino di Auro era molto bello e lo incoraggiavano a partecipare a questi concorsi, perché c’era anche un bel premio in denaro al vincitore.
La persona che poi riuscì a convincere Auro a partecipare fu un signore che chiamavano “Gigio u fattore”, persona molto signorile, calmo, gentile: aveva partecipato come componente di giuria a molti di questi concorsi.
Recatosi personalmente a casa di Auro per vedere questo vitellino di cui aveva sentito parlare, “obbligò” Auro a partecipare al concorso in una parrocchia del paese, che offriva il premio più ricco e prestigioso del momento.
Auro, e mio padre che l’accompagnava, partirono di mattina molto presto con questo vitellino di appena quattro mesi e si misero in fila con gli altri, categoria vitellini, circa venti.
La commissione cominciò il controllo.
Gli animali dovevano essere giudicati in base ad alcuni requisiti. Soprattutto armonia delle forme (testa, gambe, torace, spalle ecc.)  morbidezza e pulizia del pelo, caratteristiche necessarie per capire con quanta cura, ogni soggetto, era stato allevato e preparato per l’evento. Dopo un primo giro di ispezione la giuria ne manda subito a casa alcuni. Altro giro altri scartati.
Alla fine rimasero soltanto tre in gara!
Per il primo era previsto il premio in denaro, per secondo e terzo qualificati, soltanto uno stendardo … da appendere nella stalla come ricompensa ad onore.
La giuria, che fino a quel momento era stata unanime nei giudizi, a questo punto si divise, perché due dei sei componenti proponevano come primo premio un soggetto non gradito agli altri, che invece erano d’accordo per premiare il vitellino di Auro.
Cominciò una discussione, dapprima solo sussurrata fra i giurati, poi estesa ad altri presenti, tanto che si formarono due gruppi.
Parole sempre più colorite, concitate, aggressive, fino a quando arrivò il parroco.
Molto opportunamente informato su quanto stava accadendo, per evitare la rissa, ormai imminente.
Per forma di pace venne deciso di dare uguale premio a tutti e tre i concorrenti dividendo il denaro e dando uno stendardo ad ognuno da primo premio.
La cosa irritò tantissimo i sostenitori di Auro che per diversi giorni gridarono allo scandalo, a loro parere era quel vitellino unico meritevole del primo premio, poi considerando anche le condizioni economiche sicuramente meno floride di Auro rispetto agli altri due allevatori, gridavano che era stato veramente un furto!
Alcuni giorni dopo venne a conoscenza della cosa un impresario edile del paese che si precipitò a casa di Auro offrendogli un posto di lavoro nella sua ditta di muratore, con l’impegno di lasciare il tempo libero per continuare a coltivare il terreno ed accudire tutti gli animali.
In un solo mese di lavoro Auro aveva guadagnato una cifra superiore al premio, anche se fosse stato solamente suo!

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Svolta epocale

Impossibile immaginare l’importanza, in una piccola famiglia di tre persone avere ogni mese uno stipendio, oltre al ricavato dal lavoro della terra, che era (anche se molto scarso) già sufficiente per vivere. Dopo pochi mesi di lavoro con i muratori Auro aveva comperato una vespa, un lusso per quell’epoca.
Ricordo, dopo poche settimane che l’aveva acquistata (pagamento metà contanti e metà a rate) la sua prima uscita di domenica, con la moglie nel sellino posteriore rigidamente seduta, le gambe rivolte verso il centro della strada, il bimbetto in piedi dietro il manubrio.
Andavano alla messa, a Loreto.
Segno di ringraziamento e di fede sincera, molto sentita in quegli anni. Dopo neanche un anno da quella sfortunata esperienza del mancato premio al vitellino erano già considerati una famiglia benestante.
I genitori, gli amici del paese che li ricordavano partiti in lacrime, le tasche asciutte e tanta incertezza li festeggiavano quasi come eroi. Dopo tre o quattro anni, dopo avere avuto un altro bambino, accumulati risparmi, comprarono un terreno e una casa colonica di piccolissime dimensioni.
Una casa piccola e malridotta, ma tutta loro!
Pagata anche con mutuo agrario, molto agevolato in quegli anni.
In pochi mesi, nei ritagli di tempo, aiutati da altri compagni di lavoro, questa casa ben ristrutturata, divenne bellissima!
Piccoli pagliai, prato rasato, piante di ciliegie, mele, ulivi, un vialetto imbrecciato e l’aia nuova molto grande, davanti alla scala esterna su tutta la parete rivolta verso sud/ovest, di fianco rispetto alla strada asfaltata.
Ci invitarono una domenica per vedere questa loro nuova casa. Accompagnai i miei genitori, io che avevo circa ventidue anni, con la mia cinquecento famigliare verde chiaro; ridicola ai nostri giorni ma molto apprezzata a quel tempo!
Quattro comodi sedili più lo sportello posteriore, ampio spazio per caricare le piccole spese quotidiane:
all’occorrenza anche una damigiana di vino, o un intero sacco di mangime per gli animali!
Auro ed Elena ci aspettavano sull’aia, i due ragazzini in capo alle scale al coperto sotto la loggia.
Nel prato oche che beccavano l’erba, galline sul vialetto che scrutavano curiose e si spostavano lentamente più in là al passare dell’auto.
Elena invitò subito la mia mamma in casa, mentre Auro ed i ragazzini, che nel frattempo erano scesi, ci mostrarono il loro piccolo terreno con le querce a confine sul greto di un torrentello, l’orto ben coltivato, la vigna, il campo di grano, il fieno falciato.
Poi il pianterreno della casa, dove non c’era la stalla, ormai non si usava più avere mucche e vitellini, c’erano invece moderni attrezzi ben puliti ed oliati.
Motozappa, motofalciatrice con accessori anche per mietere il grano …  poi trapani elettrici, mola fissa e portatile, sega per legna da caminetto, saldatrice, molti altri piccoli attrezzi per legno e per ferro, damigiane di vino, le biciclette e la vespa.
Sopra alcune mensole, “bene allineati” vasetti di olive, marmellata, sottaceti.
C’era un piccolo bagno con la doccia!
Un altro bagno con la vasca lo avevano anche al piano di sopra.
Noi non avevamo ancora il bagno in casa e pochissime case di campagna lo avevano a quel tempo!
Salite le scale entrammo in cucina, dove in bellavista c’era una vetrinetta con molti piatti, tazzine, bicchieri, pentole … un fornelletto a gas con la bombola, un divano!
Casa da veri signori!
Elena, Auro e i figli, gentilmente ringraziavano i miei genitori per il tanto aiuto che avevano dato loro nei tempi passati, anni difficili, ma anche bellissimi perché tutto ciò che sembrava impossibile si materializzava con una impressionante facilità.
Iniziò un bel pranzetto, la conversazione si spostò su vari argomenti del più lontano passato.
Si rievocarono, la monarchia, le due guerre mondiali, parenti non tornati, malattie, avvenimenti della loro infanzia, catechismo, scuola, maestri pieni di entusiasmo oppure cattivi, con la bacchetta sulle mani aperte sopra i banchi … cercando di coinvolgere i ragazzini nel discorso, paragonando e confrontando con le modalità del presente.
Spesso emergeva dai discorsi della piacevole conversazione un interrogativo.
L’Italia potrà permettersi tutti questi miracoli?
Questo argomento, nella conversazione generale, assai spesso veniva interrotto, spezzettato, confuso tra altri argomenti a volte anche allegri e spensierati, mentre invece a me affascinava molto e mi estraniavo dai loro troppo variegati argomenti e dalle loro considerazioni.
Mi concentravo su questi problemi con riflessioni su tutte le varie difficoltà della vita che si incontravano ugualmente, nonostante sembrasse tutto facile.
Poi su problematiche nuove, introdotte da questi attrezzi moderni. Motorini, automobili, trattori da un lato ci semplificavano enormemente alcuni lavori pesanti, faticosi spostamenti ecc., ma poi ci costavano manutenzioni, riparazioni, improvvise interruzioni di lavoro dovute a rotture.
Bastava una vite, un filo elettrico e si bloccava tutto.
Tanta gente era perplessa su questa meccanizzazione.
Mi chiedevo ... avranno ragione le persone piene di ottimismo, oppure i pessimisti che predicano prudenza e dicono che è sempre in agguato il tempo delle vacche magre?
Sarà un vero progresso stabile oppure soltanto una breve illusione? Finito di pranzare, al momento di tornare a casa, Auro ci disse che entro pochi giorni voleva comperare anche lui la macchina, una seicento di seconda mano, dato che sembrava ancora buona e ad un prezzo da vera occasione.
Tutte cose da sogno, pensavo, tutto in pochi anni e non solo per le persone più brave e intraprendenti, ma in generale per ogni famiglia in tutta Italia!
Durò molto tempo la mia riflessione … posso dire in tutta sincerità che anche ora, dopo oltre quarant’anni e molte cose ormai consolidate, ogni tanto quella frase mi ritorna molto attuale.

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